Traversata atlantica a vela: un’impresa audace

traversata a vela in Oceano Atlantico a vela

Quest’anno in preparazione al Vendee Globe, Giancarlo Pedote dovrà affrontare sul suo IMOCA Prysmian Group due impegnative regate transatlantiche a vela. LaTransat CIC che partirà il 10 maggio da Brest verso Charleston e la New York – Vendee –  Sables d’ Olonne prevista per il 16 giugno. Da sempre nella storia della nautica, la traversata atlantica a vela è considerata un’ impresa audace: inizialmente, era la rotta per trovare nuovi mercati esotici. In epoca moderna è diventata campo di prova per misurare il coraggio e l’abilità di grandi marinai, approfondiamo lo scenario della traversata atlantica a vela.

Una panoramica sulla travesata atlantica a vela, la storia, le barche, le rotte e la meteorologia, con approfondimenti su:

  • la storia delle prime regate
  • la prima regata in solitario
  • la storia dei Mini 6,50
  • il viaggio in versione crociera
  • Oceano Atlantico: le rotte
  • rotta e meteo di Giancarlo Pedote alla Transat CIC

Traversata atlantica a vela: dai viaggi di esplorazione…

Nel X secolo, i vichinghi capitanati da Leif Erikson, sono i primi ad aver attraversato l’Atlantico sulle loro imbarcazioni dette Dreki o Drakkar. La rotta naturale per loro era navigare dalla Groenlandia al Canada, nelle province di Terranova e del Labrador. Ma è Cristoforo Colombo, il primo navigatore che ha dato il via all’ esplorazione dell’ Oceano Atlantico e alla colonizzazione del continente americano nel 1492. Fino al 1870 circa, la pesca e i commerci hanno continuato a svilupparsi finché le navi a vapore hanno soppiantato quelle a vela.

Cartegeografiche della traversata atlantica a vela
©mangialibri.com

… alle prime regate

L’epoca d’oro della nautica da diporto, quindi animata da solo spirito sportivo e ludico inizia appena nel XIX secolo. Nel 1816 l’americano George Crowninshield sul suo brigantino Cleopatra’s Barge è il primo a compiere una traversata atlantica a vela senza fini commerciali. La rotta che scelgono andava dal Massachussetts al Mediterraneo e sembra nella spedizione ci fossero anche implicazioni politiche con Napoleone. La prima regata transatlantica da New York, Stati Uniti all’isola di Wight in Inghilterra si corre nel 1866. Tre golette, Fleetwing, Vesta ed Henrietta lottano per il premio di 90mila dollari in mezzo all’Oceano Atlantico. Dopo una navigazione di più di 3000 miglia, vince Henrietta dell’armatore James Gordon Bennett Junior che compie l’impresa in 13 giorni, 21 ore e 45 minuti.

La prima regata transatlantica da est a ovest, da Cork, Irlanda a New York, Stati Uniti è del 1870. La goletta Cambria, condotta da James Ashbury vince su Dauntless, percorrendo le quasi 3000 miglia in 23 giorni, 5 ore e 17 minuti. Bisogna attendere i primi ‘900 per le prime regate in Oceano Atlantico con ampia partecipazione di concorrenti. Nel 1905, l’ultimo imperatore di Prussia e Germania, Guglielmo II lancia la sfida a gareggiare contro il suo yacht Hamburg. Dieci concorrenti di cui due inglesi e otto americani, partecipano alla traversata transatlantica sulla rotta Cornovaglia – New York. Vince la veloce goletta Atlantic, armata con tre alberi, che segna il record di percorrenza di 12 giorni, 4 ore.

La prima regata in solitario attraverso l’ Oceano Atlantico

La prima traversata atlantica a vela in regata in solitario risale al 1960, quando il Royal Western Yacht Club organizza la prima OSTAR. L’ acronimo sta per Observer Single – handed  Trans Atlantic Race, così soprannominata per la sponsorizzazione del quotidiano The Observer. I partecipanti sono cinque: quattro skipper inglesi ed uno francese e si sfidano sulla rotta est – ovest, da Plymouth a Boston. Conquista il podio dopo 40 giorni, 12 ore e 30 minuti, Francis Chichester, inglese di 59 anni sul 40’ Gipsy Moth III. Il navigatore inglese fu insignito del titolo di “Sir” in seguito alla sua vittoria al giro del mondo senza scalo del 1966. Dai suoi diari di bordo, emerge uno stile di navigazione della traversata atlantica a vela molto diversa da quella attuale.

Navigazione astronomica con pochi strumenti a disposizione, attrezzatura della barca e personale basica: niente gps, niente cerate, niente comunicazione satellitare. La cambusa che descrive – che include anche la birra – farebbe inorridire qualsiasi preparatore degli atleti moderni, senza contare il peso caricato. Eppure lo spirito della traversata atlantica a vela è lo stesso di quello che anima i navigatori di oggi. Mettersi alla prova e tentare un’impresa audace in mezzo all’Oceano Atlantico, l’uomo che riscopre come sopravvivere nella natura.

La partecipazione italiana

Le edizioni della OSTAR – traversata atlantica a vela che nel tempo ha cambiato varie volte nome – hanno una cadenza di quattro anni. Ricordiamo la prima partecipazione italiana nell’edizione del 1972, Franco Faggioni ottiene il 9° posto sulla sua barca a vela di 50,5 piedi, Sagittario. La prima vittoria di un navigatore italiano risale invece al 2005 quando Franco detto “Ciccio” Manzoli vince nella categoria trimarani. Con il suo Cotonella, ottiene un tempo di percorrenza dell’Oceano Atlantico nord di 17 giorni, 21 ore e 41 minuti.

Per vedere tutte le classifiche vai su  http://it.wikipedia.org/wiki/Transatlantica_in_solitario.

Lo spirito Mini: la più estrema traversata atlantica

Dopo le prime avventurose esperienze di traversata atlantica a vela dei pionieri, si sviluppano due tipi di manifestazioni create da inglesi o francesi. Le regate attraverso l’Oceano Atlantico per i diportisti quindi organizzate su rotte sicure, come la Arc o la Transat des Alizés. E le regate dei professionisti come appunto la Ostar o la Route du Rhum che osano rotte più settentrionali e rischiose per la meteorologia.

Interessante è il fenomeno che si crea negli anni 70 ad opera di Bob Salomon, navigatore inglese di grande esperienza. Nel 1972 partecipa alla Ostar e rimane colpito da tante barche sponsorizzate e da tanti skipper con più risorse che talento. Secondo lui, si stava perdendo lo spirito vero della navigazione quindi decise di creare una regata transatlantica dal vecchio al nuovo continente. Salmon pone le basi della Mini Transat: barche a vela dalle dimensioni ridotte, con piccolo budget per dare la possibilità a tutti di cimentarsi in questa impresa.

Nel 1977 parte la prima edizione della Mini Transat, traversata atlantica a vela, 23 navigatori partono da Penzance, Cornovaglia verso Antigua. Durante questa prima sfida si distingue un’imbarcazione di 6,4 metri, il Muscadet, barca a spigolo, fabbricata in compensato marino. Le sue caratteristiche la rendono ideale per la navigazione d’altura e mettono le basi per il progetto dei primi Mini 6.50.

Mini 6,50 un banco di sperimentazione per skipper e progettisti

Negli anni la Mini Transat diventa sempre più competitiva sia per la preparazione degli skipper sia per la tipologia delle barche. Il percorso della traversata atlantica a vela varia, nel 2019 parte da la Rochelle, prima tappa a Las Palmas e arrivo in Martinica. Infatti, il regolamento pone come unico limite la lunghezza delle barche  di 6,5 m: per il resto spazio libero alle rivoluzionare soluzioni dei progettisti. I Mini 6,50, essendo barche piccole, sono ideali per le sperimentazioni di attrezzature da portare anche sui grandi 50’ o 60’ oceanici a vela.

Ad esempio, Michel Desjoyeaux progettò la prima chiglia a basculante e poi la soluzione dai Mini passò a tutti gli Open. In edizioni più recenti, c’è stata la sperimentazione della prua tonda, come su Prysmian ITA 747 di Giancarlo Pedote, una rivelazione nelle prestazioni. Mentre la strumentazione a bordo è da sempre ridotta a un gps non cartografico, la radio VHF e la radio SSB.

Una regata, una classe, uno stesso spirito di gruppo, quello dei ministi. Sono skipper appassionati e sognatori ma anche dalle grandi capacità marinaresche per poter affrontare 4000 miglia in solitario attraversando l’ Oceano Atlantico. Infatti, tutti i grandi velisti solitari si sono formati in questa classe: forse ancora oggi è la traversata atlantica a vela più estrema.

Visita il sito della Classe Mini Italia: http://www.classemini.it

Giancarlo Pedote navigando sul Mini 6,5
©Guillaume GRANGE

Il viaggio in versione crociera

Da una regata estrema, in solitario, su “barchette” super tecnologiche passiamo a una manifestazione della nautica da diporto oceanica. Senza togliere comunque il merito a tutti i marinai che almeno una volta hanno potuto sperimentare la magia di una traversata atlantica. ARC acronimo per Atlantic Rally for Cruiser nasce nel 1986: alla prima edizione parteciparono 204 imbarcazioni a vela, portabandiera di 24 nazioni. Attualmente, il World Cruising Club, che organizza la regata ha dovuto porre un limite alle iscrizioni, a circa 200 imbarcazioni, per problematiche logistiche. All’arrivo ai Caraibi a Santa Lucia, il Rodney Bay Marina non poteva ospitare un numero maggiore di partecipanti.

La filosofia che anima questa manifestazione è attraversare l’Atlantico, su una rotta sicura e con imbarcazioni di varia metratura ma non sempre competitive. La rotta della traversata atlantica a vela, pur variando negli anni, va dalle Isole Canarie ai Caraibi, da Gran Canaria a Santa Lucia. La partenza è programmata sempre ai primi di dicembre per poter sfruttare gli Alisei, dei venti costanti e stagionali da nord – est. L’organizzazione fornisce sempre assistenza ai partecipanti: più di mille velisti, un po’ vagabondi del mare partecipano ogni anno a questa grande regata oceanica. Sulle banchine alla partenza e all’arrivo si creano nuove amicizie e conoscenze tra il popolo del mare. Forse questo è il messaggio da imparare da questa regata: intrecciare relazioni umane anche in mezzo all’Oceano Atlantico.

Oceano Atlantico: le rotte per la traversata

Partendo dal Mediterraneo di solito si sceglie una rotta Sud: usciti dalle antiche Colonne d’Ercole, attuale Gibilterra si naviga a sud- ovest. Si fa scalo alle isole Canarie o alle Isole di Capo Verde per le ultime provviste prima di proseguire verso i Caraibi. Cristoforo Colombo all’epoca delle prime spedizioni aveva sfruttato questa situazione meteorologica per compiere la sua traversata atlantica a vela. Anche gli altri esploratori degli oceani avevano stabilito non a caso una rotta verso ovest per circumnavigare il globo. Infatti, tentavano di sfruttare con le loro navi a vela gli Alisei, venti costanti chiamati dai navigatori inglesi anche trade winds cioè venti del commercio.

I regatanti in competizioni agonistiche estreme come quelle affrontate da Giancarlo Pedote di solito partono dall’Inghilterra o dalla Bretagna. La traversata dell’Oceano Atlantico a nord o rotta diretta comporterà attraversare una zona di venti variabili lungo il suo asse maggiore.

 

Cosa si può aspettare Giancarlo alla sua prossima Transat CIC?

Il percorso della Transat CIC prevede una traversata atlantica a vela con partenza da Brest e arrivo a Charleston. Se ci sarà un cancello alle Azzorre che obbligherà gli skipper ad andare verso sud, navigheranno nell’ Aliseo, altrimenti la regata sarà molto dura. Dal punto di vista meteorologico, la flotta andrà incontro a tutti i sistemi depressionari della traversata atlantica a vela nell’Atlantico nord. Di solito, le depressioni “corrono” da ovest ad est, formandosi in Canada per poi raggiungere le nostre coste europee.

“Lo scenario possibile e probabile è che potremmo navigare affrontando due o più depressioni, tenendo una rotta ovest con venti da Sud-Ovest. Nel passaggio dei fronti tutti noi skipper dobbiamo affrontare pioggia, forti venti, raffiche e il vento gira a Nord-Ovest. In quel momento si cerca di spingere la barca a fare velocità per guadagnare miglia verso ovest. Poi di solito si incontra una dorsale, cioè l’espansione di un’area di alta pressione nel contesto di aree di bassa pressione. Si respira fino all’arrivo della successiva depressione con vento da Sud-Ovest  e fronte freddo associato e così di seguito…”, spiega Giancarlo.

Una traversata atlantica a vela “scomoda”

Gli IMOCA, dotati di foil, non sono ottimizzati per navigare di bolina e la navigazione a vela in Oceano Atlantico nord risulta molto scomoda. Inoltre lo stato del mare è molto importante per queste barche: navigando di bolina con onde di 6 metri, diventa addirittura difficile governare. Si rischia di sottoporre l’attrezzatura delle imbarcazioni a vela ad uno stress importante, andando incontro a possibili avarie. Infine, nell’approccio a Charleston gli skipper incontreranno un ulteriore difficoltà:  la corrente del Labrador che a volte è molto forte. Riuscire a gestirla al meglio, attraversandola nel momento giusto per non essere penalizzati, potrebbe portare ad un avanzamento nella classifica. L’arrivo a Charleston, per chi saprà trarre vantaggio da questo imprevisto, potrebbe riservare delle sorprese: la classifica potrebbe ribaltarsi.

Approfondimenti geografici

Oceano Atlantico e isole della Macaronesia sulla rotta della traversata atlantica a vela

L’Oceano Atlantico, dalla mitologia greca “mare di Atlante”, si sviluppa per il 20% della Terra ed è secondo per estensione solo al Pacifico. Incontriamo picchi di profondità di più di 9000 metri ma la profondità media si aggira attorno ai 3500 m. Si divide in Atlantico settentrionale e meridionale e il campo di regata di Giancarlo sarà nel primo settore.

Molte isole di origine vulcanica si sono formate nella storia della Terra. Le regate transatlantiche a vela fanno abitualmente scalo nelle isole della Macaronesia.

  • Le Isole Canarie, regione più a sud della Spagna sono sette isole maggiori: Tenerife, Fuerteventura, Gran Canaria, Lanzarote, La Palma, La Gomera, El Hierro.
  • Le isole di Capo Verde, amministrate dal Portogallo si dividono naturalmente per la posizione geografica in due gruppi. Quello di Barlavento o Sopravento ( Santo Antão, São Vicente, Santa Luzia (disabitata), São Nicolau, Ilha do Sal e Boa Vista. E quello di Sotavento o Sottovento (Maio, Santiago, Fogo e Brava).
  • L’ arcipelago di Madera, sempre di affiliazione portoghese, conta cinque isole di cui due maggiori: Madera e Santo Stefano.
  • Le Isole Azzorre, che fanno parte della regione autonoma del Portogallo, sorgono proprio nel mezzo dell’Oceano Atlantico. L’arcipelago è formato da nove isole principali, divise in tre gruppi: il gruppo orientale di São Miguel, Santa Maria e gli isolotti Formigas. Il gruppo centrale di Terceira, Graciosa, São Jorge, Pico e Faial e il gruppo occidentale di Flores e Corvo.

 

Mappa Oceano Atlantico
©it.sailsquare.com

Leggi la news riguardo alla presentazione della Transat CIC, https://www.giancarlopedote.it/the-transat-cic-2020/.

Verso il Vendee Globe: una sfida su diversi fronti

particolare Prysmian Group

Il Vendee Globe è considerato l’Everest del Mare, e non a caso. Navigare da soli in barca a vela per settimane, richiede molto più di una normale navigazione. Per poterlo fare è necessario imparare a gestire stanchezza, paura, abitudini alimentari, concentrazione e difficoltà che possono sorgere. Soprattutto richiede sapere come affrontare l’incertezza, il non previsto.

L’articolo che segue, è stato pubblicato sul sito PrysmianOceanRacing, il sito del progetto Vendee Globe di Prysmian Group e Electriciens sans frontiéres. Si tratta di una panoramica fatta insieme a Giancarlo sui seguenti argomenti relazionati alla preparazione per il Vendee Globe:

  • rischio
  • solitudine
  • forza mentale
  • concentrazione
  • riposo
  • pericoli
  • sonno
  • spirito di adattamento
  • nutrizione.

Tutti gli atleti d’élite, gli sportivi di alto livello, si preparano con attenzione, fisicamente e mentalmente, alla ricerca del continuo miglioramento delle proprie performance. Coloro che praticano sport estremi devono fare di più, devono considerare che saranno esposti a situazioni imprevedibili e devono essere pronti a qualsiasi eventualità. Gli skipper che partecipano al Vendee Globe, il giro del mondo in solitario, sono costretti a spingersi ancora oltre. Oltre alla resistenza fisica, allo stress mentale e alla possibilità di dover affrontare un numero illimitato di imprevisti. Devono superare una sfida in più, e cioè restare da soli su una barca a vela, in mezzo al mare, per molte settimane. Senza possibilità di scalo in caso di problemi e senza possibilità di ricevere assistenza se non telefonica durante l’intera circumnavigazione.

Abbiamo parlato di questo con Giancarlo, quinto navigatore solitario italiano nella storia della Vendee Globe che tenterà l’impresa a bordo dell’IMOCA Prysmian Group.

Che cosa spinge un atleta ad affrontare una sfida tanto estrema quale il giro del mondo in solitario?

Credo che essere disposto ad affrontare rischi tanto estremi sia il risultato della condotta di tutta una vita. È qualcosa che ti vibra dentro da quando sei bambino e che non puoi fare a meno di seguire. Si tratta di superare i propri limiti, vedere le cose da una prospettiva diversa. Mettere alla prova te stesso in sempre nuovi contesti nel lavoro come nella vita di tutti i giorni. È quasi una necessità che spinge ad affrontare sfide sempre più difficili e impegnative. Nel mio lavoro ho proceduto così, aumentando via via la difficoltà delle prove e abbandonando le situazioni diventate ormai familiari.

Fare il giro del mondo in solitario implica una serie di rischi notevoli. Come affronti questo pensiero?

Come navigatore, non penso ai rischi in maniera emotiva, ma tendo ad analizzarli in modo asettico, come se riguardassero qualcun altro. Per questo riesco ad affrontarli razionalmente e a non farmi bloccare da essi, come altrimenti potrebbe succedere. Ogni giorno corriamo dei rischi, ma non ci facciamo bloccare da essi perché li abbiamo razionalizzati e prendiamo precauzioni adeguate. È un po’ quello che accade quando qualcuno che vuole fare un giro in moto, indossa il casco, utilizza una protezione. Se pensasse in forma emotiva, concentrerebbe le sue energie a immaginare i rischi che corre, quali la possibilità di avere un incidente stradale.

Credo che i rischi che si corrono in questo sport non siano molto diversi da quelli che si possono incontrare nella vita quotidiana. Prendo semplicemente, con attenzione ma tranquillità, tutte le precauzioni necessarie affinché le cose possano andare bene. Lo faccio ogni giorno, per me non cambia che si tratti del Vendee Globe o della sicurezza all’interno della mia casa.

Giancarlo Pedote a prua Prysmian Group
2019 © MARTINA ORSINI

Qualche volta pensi ai pericoli che stai correndo?

Sono consapevole dei pericoli che corro, me cerco di non lasciare che la paura mi invada. Cerco di fare in modo che sia la ragione a guidare i miei pensieri e le mie azioni, come se stessi giocando a scacchi. Se mi lasciassi prendere dalle emozioni e se lasciassi crescere la paura di pericoli, reali o immaginari, non potrei concentrarmi sulla navigazione. Non potrei partire per un Vendee Globe, perché navigare in solitario richiede, come detto, forza mentale e concentrazione.

Navigare in barca a vela da soli, non porta a soffrire di solitudine?

La solitudine in realtà è uno stato mentale che mi aiuta a guardarmi dentro, a entrare in contatto con me stesso. Vivo la solitudine come un’opportunità, non come un limite, perché mi permette di riflettere su tutto ciò che ho raggiunto nella vita. Mi permette di pensare alla mia famiglia e ai miei amici in maniera più profonda, lontano dalla routine, che spesso ci impedisce una riflessione approfondita. Non soffro la solitudine, ma la utilizzo per conoscere meglio me stesso. Credo che questa sia una caratteristica che non appartiene a tutti: coloro ai quali non piace stare soli, devono risolvere questo tema prima di affrontare una navigazione in solitario. Sia che si tratti del Vendee Globe, sia che si tratti di un semplice trasferimento.

Quanto è importante la forza mentale?

La forza mentale è essenziale perché durante la navigazione ci sono sempre degli imprevisti che rompono i nostri schemi. Per questo è così importante sviluppare la capacità di adattarsi a nuove situazioni. Il primo passo per sviluppare la capacità di adattamento, è accettare che esistono degli imprevisti. Un imprevisto è qualcosa che non vorremmo accadesse, qualcosa che infrange la nostra visione di come dovrebbero andare le cose. A volte è qualcosa che non abbiamo previsto, nonostante tutto il nostro impegno per prepararci a qualsiasi evento.

La forza mentale, quella stabilità emotiva che permette alla razionalità di esprimersi, ci permette di avere la giusta reazione difronte agli imprevisti. Senza ansia, senza panico, senza disperazione, fluendo e adattandosi agli avvenimenti come un fiume si adatta alle rocce che trova nel suo cammino. Quando una persona riesce ad adattarsi facilmente alle circostanze, può finalmente godere del momento che sta vivendo. Questo è uno dei miei obiettivi per il Vendee Globe.

Il Vendee Globe, richiede molte settimane di navigazione: come riuscirai a rimanere concentrato?

Sono sempre concentrato, mantenere la concentrazione fa parte del mio quotidiano. Indipendentemente da dove mi trovo, che sia in mare aperto o a terra, sono concentrato, circa quattordici ore al giorno. Certamente è importante anche staccare la spina, rilassarsi fisicamente e mentalmente. Giocare con i bambini, parlare con gli amici, guardare un film. Sono cose che fanno bene per interrompere la concentrazione e rilasciare i pensieri alleggerendo la mente. La concentrazione è l’attitudine naturale che ho nei confronti della vita, un’abitudine che lascio vivere a pieno durante le regate, quando non posso permettermi distrazioni.

Durante una regata, soprattutto in solitario, ci sono momenti di riposo?

Quando il vento cala e la barca avanza lentamente, posso rilassarmi un po’, anche se proprio allora è necessario verificare che tutto sia a posto. Il livello di attenzione può variare da un 100% a un 60%, ma non potrà mai essere zero, altrimenti i rischi sarebbero troppo alti. Durante una competizione quale il Vendee Globe è necessario, anzi fondamentale, concedersi momenti di riposo.

Riesci a dormire sufficientemente durante la navigazione?

No, nessun navigatore solitario riesce a dormire sufficientemente durante la navigazione. Personalmente non riesco a rilassarmi, soprattutto perché è molto difficile rilasciare i muscoli nella posizione in cui è possibile dormire. Anche i ritmi del sonno, ovviamente, hanno la loro influenza sull’esito di riposare bene. Siamo abituati ad un sonno monofasico, composto da una sola fase per cui ci addormentiamo la sera e ci risvegliamo al mattino. La navigazione in solitario, invece, richiede un modello di sonno polifasico, che significa dormire poco il più spesso possibile.

Durante una regata in solitario si possono fare brevi sonnellini di 10, 15 minuti, fino a sonni di due ore, come fanno molti animali. Anche se usiamo il pilota automatico, senza il quale non sarebbe possibile navigare, dobbiamo controllare continuamente l’imbarcazione e il mare. Gli strumenti, purtroppo, non sono sufficienti a scansare tutti i pericoli. Inoltre sonni più lunghi potrebbero impedire di seguire la giusta strategia di regata. Sono ormai anni che durante le competizioni dormo con un sonno polifasico, e ho preso l’abitudine di passare dall’uno all’altro. Certo, quando rientro a terra mi si vuole del tempo per tornare alla normalità, ma fa parte del mio lavoro.

Sonno Giancarlo Pedote
2019 © MARTINA ORSINI

Questo modo di riposare, influisce sulla tua capacità mentale?

Meno dormi, più sei vulnerabile dal punto di vista emotivo e questo si traduce in una razionalità più fragile e meno solida. È importante cercare di riposare bene il più possibile, e saper identificare il momento in cui la mancanza di sonno inizia a influenzare la razionalità. Ascoltare le proprie emozioni, la propria mente e il proprio corpo è fondamentale.

Una barca a vela come l’Imoca è una macchina molto esigente. Come lavora un navigatore solitario per affrontare le difficoltà che può incontrare?

È un lavoro che necessita anni ed anni di preparazione, perché comporta imparare a conoscere le basi di tutto ciò che riguarda la barca. Bisogna essere preparati su elettricità, elettronica, informatica ed energia perché è necessario essere pronti a riparare del carbonio o qualsiasi parte meccanica. Ogni volta che smontiamo e rimontiamo dei pezzi dell’imbarcazione, osservo con attenzione, immaginando come potrei riparare ciascun pezzo in caso di rottura. Nel 2013, ad esempio, il mio Mini 6.50 subì una rottura del bompresso che riuscii a riparare grazie all’esperienza fatta in cantiere utilizzando quei materiali.

Navigo in solitario da oltre 10 anni, ed ho avuto l’opportunità di approfondire argomenti diversi. Ho trascorso molto tempo in cantiere e ho imparato molto dai professionisti che nel tempo mi hanno seguito e aiutato. Adesso posso dire di aver acquisito un certo grado di conoscenza che mi dà la possibilità di poter risolvere una serie di possibili problemi. Se sei in mezzo all’oceano, in regata, e non sai come riparare qualcosa che si è rotto, la tua corsa è finita. Durante il Vendee Globe avrò il team a terra pronto a darmi consigli via satellitare, ma sarò io a dover aggiustare ogni eventuale rottura.

Che tipo di attività fisica puoi fare durante la navigazione?

Lo spazio vivibile sull’imbarcazione è veramente ridotto e non c’è possibilità di fare grandi movimenti, a meno di non andare a prua a mare calmo. All’interno dell’imbarcazione c’è uno spazio nel quale posso distendermi, stare in piedi o seduto, ma è scomodo. E in nessuno di questi luoghi si arriva a poter fare della vera ginnastica. In realtà l’unico tipo di attività fisica che si può fare è un po’ di stretching. Che fa bene, visti i movimenti ripetitivi e faticosi che ogni manovra richiede.

Quanta energia richiede la navigazione?

Molta energia, fino a 4000 calorie al giorno nel Grande Sud, dove oltre a sostenere gli sforzi è necessario contrastare il freddo. E’ necessario alimentarsi bene e correttamente, per avere l’energia necessaria ad affrontare la navigazione.

Gli spazi sicuri dell’IMOCA sono molto limitati. Cosa mangi e come lo cucini?

Mangio piatti a base di cibo disidratato e cibo sottovuoto. La conservazione degli alimenti è il problema più grande, visto che non abbiamo frigoriferi e la barca arriva ad avere alte temperature. Durante l’anno, in fase di preparazione, studio con attenzione quali alimenti portare con me una volta salpato. Li provo simulando condizioni simili a quelle che si hanno sulla barca, con pochi strumenti, pochi mezzi e poco tempo. Olio extravergine di oliva e cibi il più possibile naturali già pronti o da utilizzare per creare qualcosa di estemporaneo. Cerco di mantenere in navigazione un’alimentazione simile a quella alla quale sono abituato, giocando con la fantasia e cercando di variare il più possibile.

Quando sono in navigazione per cucinare posso utilizzare l’acqua del mare, che depuro grazie al dissalatore con il quale elimino anche il sale. Con questa acqua scaldata posso reidratare i liofilizzati o cuocere alimenti a cottura rapida. Cerco anche di portare cibo preparato e messo sottovuoto, anche se ha lo svantaggio di pesare di più. In navigazione il peso che trasportiamo conta, ma nel Vendee Globe dovrò utilizzare cibo sottovuoto, per variare e prendermi cura di me stesso.

IMOCA Prysmian Group zona cucina
2019 © MARTINA ORSINI

Approfondimenti

Il sito ufficiale del Vendee Globe

Qualcosa in più sul progetto Vendee Globe di Giancarlo Pedote, Prysmian Group e Electriciens sans frontiéres

The Transat CIC 2020: la presentazione ufficiale

skipper Transat CIC

Giovedì 27 febbraio, al centro degli Ateliers des Capucins a Brest, è stata presentata ufficialmente la 15ma edizione della The Transat CIC 2020. Giancarlo, rappresentante del team Prysmian Ocean Racing, era presente all’ evento.

Durante la presentazione della The Transat CIC 2020, gli organizzatori hanno svelato e presentato le tre classi ammesse alla regata: Ultimes, IMOCA e Class40.

Due i percorsi proposti, uno per gli Ultimes, con passaggio a sud, e uno più diretto verso Charleston, porto di arrivo di entrambi i percorsi.

Sono stati presentati anche gli skipper protagonisti di questo evento, tra i quali Giancarlo in rappresentanza del team Prysmian Ocean Racing per l’IMOCA Prysmian Group.

Tra i 60 piedi vi sarà una lotta agguerrita, vista l’adesione di almeno 17 skipper, motivati a partecipare alla più antica transatlantica in solitario della storia della nautica.

Creata 60 anni fa, con il nome di Ostar, The Original Star, The Transat, come è stata rinominata successivamente, è la madre di tutte le regate in solitario.

Per la prima volta, quest’anno partirà da Brest, in Francia, e non il Inghilterra. La data della partenza è  il 10 maggio 2020.

Questo momento d’incontro è stato soprattutto un’opportunità di scambio e condivisione con giornalisti, organizzatori e partner della regata e soprattutto tra i 28 concorrenti che si ritroveranno sulla linea di partenza a maggio.

Il conto alla rovescia è iniziato …

Il sito ufficiale della regata: www.thetransat.com

percorso Transat CIC 2020
©imoca.org

Leggi anche… Verso il Vendee Globe…