Vivere in solitudine viene spesso interpretato nella connotazione negativa ma l’esempio degli sportivi e Giancarlo ci insegnano a ricercare l’occasione intrinseca, oltre il disagio.

La solitudine, dal latino solitudo, indica il sentimento umano di sentirsi solo o voler essere solo, in questo caso si oppone alla socievolezza. Nel mondo anglosassone, di solito parco di sinonimi, invece in questo caso si distingue bene la connotazione positiva, in solitude e quella negativa in loneliness. L’equilibro tra i due poli opposti è la ricerca di tutta una vita e molti fattori contribuiscono a farci interpretare il vivere in solitudine in maniera differente.

Un fattore potrebbe essere l’età: un giovane vivrà con entusiasmo un viaggio da solo e sarà per lui una prova per costruire la propria autostima. Nei riti di iniziazione tribali spesso i giovani per entrare in età adulta devono superare un periodo isolati per dimostrare di riuscire a sopravvivere. Ancora oggi il passaggio dalla casa familiare ad un’altra residenza per motivi di studio, di lavoro o di nuovi legami affettivi è vissuto come un passaggio chiave nella vita di una persona. Al contrario, per una persona anziana ritrovarsi sola potrebbe essere traumatico.

Un altro elemento da considerare è il tempo: percepiamo diversamente la solitudine se costituisce un momento o se diventa una situazione prolungata. Nella normale quotidianità viviamo e ricerchiamo dei momenti di solitudine, ad esempio per riflettere su qualcosa, per fare yoga o per pregare. Gli artisti e i creativi si isolano per dipingere, scrivere nel silenzio e nella tranquillità del vivere in solitudine. Sono piccoli momenti in cui si apprezza la solitudine come occasione di introspezione e creatività per poi tornare alla normale socialità.

Una solitudine prolungata può essere cercata e voluta, come quella dei monaci che ricercano un contatto con la divinità. Ma vivere in solitudine può essere una situazione che si subisce a causa di una malattia, della perdita di una persona cara o della prigionia.

La solitudine degli sportivi

Approfondiamo degli esempi di solitude che ci vengono dagli sportivi, per aiutare anche chi vive la solitudine negativamente a mitigare questo sentimento.

Per le imprese in montagna, un grande esempio è Walter Bonatti alpinista ed esploratore che si cimentò in memorabili scalate in solitaria, come la conquista della parete nord del Cervino nel 1965. In mare ricordiamo Alessandro di Benedetto che nel 2009 intraprende il giro del mondo in solitario a bordo di un mini in 268 giorni.

Per citare solo due esempi tra le migliaia di sportivi che hanno tentato imprese che sono divenute ancora più memorabili per il fattore solitudine. L’impresa sportiva, nella natura imprevedibile, senza aiuti, contando solo sulle proprie forze è anche lo scenario della vela in solitaria e in particolare del Vendee Globe.

Giancarlo è stato intervistato su GQ Italia da Sara Canali e ha parlato proprio del suo mestiere di navigatore solitario e del suo progetto per il Vendee Globe. Lo skipper di Prysmian Group ci spiega come affronta la quarantena e come per lui vivere in solitudine sia da sempre nella sua indole.

Come mai hai intrapreso, nella tua carriera, la strada della vela in solitario e che cosa ci trovi in questa voglia di viaggiare da solo?

La solitudine è parte del mio DNA: fin da bambino mi attirava il fatto di stare da solo. Credo sia una caratteristica venuta al mondo insieme a me, insieme al mio corpo fisico. Per esempio, nel periodo universitario sentivo il bisogno di viaggiare per conoscere il mondo ma non potevo immaginare di viaggiare in compagnia. Amavo partire da solo e vivere in solitudine il mio viaggio.

Penso che restando da soli si abbia la possibilità di ascoltarsi meglio; al contrario, circondati da più persone e in un contesto di vita frenetica come la nostra, è più difficile poterlo fare. A me sono sempre piaciuti i momenti di introspezione, di silenzio, momenti in cui è possibile fare un’analisi della propria vita. Sono occasioni in cui è possibile chiedersi se siamo davvero felici o no, dove vorremmo essere in quel momento e perché, ma anche se siamo contenti di quello che stiamo facendo; queste sono le domande che mi sono sempre posto. È per questa mia indole solitaria che ho la tendenza naturale a prediligere gli sport individuali, anziché quelli di squadra.

Questo spirito mi ha spinto verso la decisione di provare a navigare in solitario. Inizialmente come esperimento, per poi scoprire che era lo sport che mi veniva più naturale, in cui mi sentivo più a mio agio. Ho una predilezione per la navigazione solitaria perché si adatta molto alla mia personalità ma non sono un essere asociale. Mi piace vivere in solitudine, ma mi piace anche condividere e navigare in gruppo con altre persone, infatti ho fatto anche l’istruttore di vela.

 

onda sull'Imoca Prysmian Group
2019 © Martina Orsini

Potresti dare qualche consiglio a chi questo periodo particolare di quarantena lo sta vivendo da solo? Potremmo paragonare questa situazione ad una navigazione in solitario… per prepararti alle tue traversate, fai un allenamento per vivere in solitudine? Esiste una strategia per riuscire a sopravvivere a questa situazione che a volte fa sentire emotivamente sulle montagne russe?

Dover vivere in solitudine e confinamento a causa dell’epidemia in corso, non è una situazione cercata da nessuno, né tantomeno prevista. Però oggi questa è la realtà e come tutte le realtà va affrontata: per quanto noi desideriamo di essere altrove, non possiamo.

Non conosco un allenamento alla solitudine: la chiave per me è ritrovarsi spesso in una situazione per sentirsi allenati, preparati ad essa.

Purtroppo, però, non possiamo cambiare questa situazione, per cui è necessario interiorizzarla e cercare un modo per adattarci affinché questa esperienza abbiamo meno conseguenze negative possibili. Credo che in realtà, dietro tutte le situazioni che noi riteniamo sfavorevoli o magari non particolarmente piacevoli, si nasconda sempre un’occasione.

Non è mai tutto nero: c’è sempre un’occasione, che magari è difficile da cogliere, però è lì. L’esperienza che stiamo vivendo, ci può permettere di uscire dal modus vivendi a cui siamo stati abituati fino ad oggi. La quantità di cose da fare ad un ritmo incalzante non ci dà la possibilità di fermarci un attimo a chiederci: sono contento? La mia economia familiare magari va bene, la mia casa è comoda ma io come mi sento, io sono contento? Se non sono contento perché e che cosa posso fare per cambiare ciò che non mi rende contento? Ovviamente non dobbiamo focalizzarci sul momento presente, sui disagi che viviamo in questo particolare momento e che non possiamo cambiare. Si tratta di riflettere sulla vita in generale.

Trasformare un handicap in vantaggio

Ma io credo che questa sia una riflessione che dovrebbe andare ancora più in profondità. A mio avviso, quanto più una persona è tranquilla e serena dentro di sé, quanto meno è impattato da un agente esterno come questo che ci sta coinvolgendo tutti. Se una persona è perturbata di per sé, nel suo quotidiano, questa situazione di solitudine forzata diventa un catalizzatore. Se al contrario una persona vive in uno status normale di quiete, se ha trovato la sua felicità, vivere in solitudine la colpisce molto meno.

Spero che questa situazione possa permettere a tanti di riflettere per poter cambiare abitudini consolidate ma non sempre positive. Osservando, possiamo ad esempio accorgerci che dobbiamo prenderci di più cura di noi stessi, oppure che dobbiamo curare le relazioni umane intorno a noi. Magari abbiamo l’opportunità di riflettere per trenta minuti in più, e mentre beviamo un caffè scopriamo che dovremmo chiamare degli amici cari che avevamo trascurato. Ognuno deve lavorare sui suoi fronti.

Credo che una frase che possa farci riflettere molto e spronarci sia: trasformare un handicap in vantaggio. Questa situazione esiste, è reale: cerchiamo di trovare in questo nero quanto più bianco possibile; trasformiamo la situazione a nostro vantaggio.

Per metterla un po’ sul lato comico, ti sei mai ritrovato dopo tanti giorni di navigazione ad avere il tuo Signor Wilson? A parlare con un oggetto, ad aver bisogno di parlare con qualcuno e non avere nessuno, come hai gestito la situazione?

No onestamente non mi sono mai trovato un Signor Wilson, come accade al protagonista del film “Cast Away”. Gestisco una navigazione in solitaria come una lunga surfata interminabile. È un immersione totale nei tuoi sensi, sei completamente avviluppato da tutto questo mondo esterno che è semplicemente mare, cielo, sole, stelle.Tutti questi elementi naturali si ripetono e in questo sfondo costante ci sono i pensieri, che sono continui. Da un lato sono molto impegnato a manovrare la barca e a prendere delle scelte; questo occupa l’80-90% del mio tempo. Nel 10% del tempo restante ho modo di riflettere e di pensare a qualcosa della mia vita, ai miei amici. Per esempio a me piace pensare ai miei figli, a cosa staranno facendo e alla fine come sarà bello vederli quando tornerò a terra.

Io vivo così la mia navigazione in solitaria, non mi sono mai sentito completamente isolato a vivere in solitudine. Credo che il giorno in cui percepirò dentro di me sintomi di disagio, dovrò rimettere in discussione il fatto della navigazione in solitaria.

Naturalmente l’attitudine con cui si vive un periodo di confinamento dipende dalla persona che sei, dalla tua formazione. Tu hai già un’indole più solitaria di carattere, come dicevi prima, e nel tempo hai raggiunto una serenità. Ci sono persone invece che fanno più fatica a vivere in solitudine e si sono trovati a fronteggiare questa prova contro la loro volontà. Possiamo paragonare questo momento che stiamo vivendo a una traversata in barca a vela in solitario? Secondo te esiste un parallelismo che può aiutarci a stare a galla, per usare una metafora, in modo che la nostra barca non affondi?

Certo, se faccio un parallelismo è come quando il marinaio naviga nella depressione e affronta il brutto tempo, la pioggia e il freddo. Diversamente da come si potrebbe pensare, io navigando sulla mia barca non sto comodo: sono sempre umido e affronto molti disagi. In certi momenti non vedo l’ora che passi la depressione per ritrovare l’anticiclone e il sole, ma c’è un intervallo di tempo da vivere cercando la gioia e il piacere in piccole cose.

Seguendo questo parallelismo, potrei consigliare di darsi tanti piccoli obiettivi giornalieri. Bisogna cercare di fare delle cose che sono capaci di regalarci un sorriso o farci felici. Per esempio potremmo cucinarci un piatto che ci piace particolarmente, ritrovare un bel libro e rileggerlo o rintracciare degli amici.

 

la fatica di vivere in solitudine
2019 © Martina Orsini

In passato avevi consigliato di fare un esercizio: in cosa consiste e cosa ci suggerisci?

Consigliavo di trovare tutti i giorni almeno tre punti positivi della giornata per cui è valsa la pena di essere rimasti in casa. Ogni giorno di confinamento ci può regalare dei momenti positivi, ovviamente se si gode di buona salute. Io mi ritengo fortunato, sto bene fisicamente e psicologicamente e sono a casa con la mia famiglia.

Penso spesso alle persone che in questo momento non stanno bene o che hanno molte preoccupazioni. Queste persone a mio parere affrontano un’altra lotta, un’altra battaglia in cui bisogna solo stringere i denti e tenere duro. Penso ai medici o a tutto il personale paramedico che è obbligato a combattere in prima linea. A tutte le persone che non possono tirarsi fuori dal sistema perché abbiamo bisogno di loro per continuare a poter vivere nelle nostre case. Penso a chi lavora nei supermercati o a chi non viene considerato in questo momento ma prende dei rischi e vorrebbe restare a casa. Noi a mio parere siamo già fortunati e privilegiati a essere in salute e non dover essere sul fronte a lottare.

Momenti belli anche in solitudine

Ogni giornata vissuta in solitudine può regalarci un momento bello. Ad esempio a me ieri è capitato di avere il tempo di mettermi a guardare il sole per cinque minuti di fila. Io ho dei ritmi differenti nella mia vita normale che è fatta di mille decisioni e scadenze continue. Per me è un lusso prendermi un momento di relax, stare cinque minuti con il viso rivolto verso il sole e ricaricarmi di energia. La giornata di ieri mi ha regalato anche questo piccolo momento di gioia e riposo. Domani forse avrò il tempo di aprire un cassetto per scoprire una cosa vecchia e dimenticata che però mi regalerà un sorriso. Durante la quarantena è il momento di coltivare questi piccoli momenti senza dimenticarci della situazione di emergenza.

Mio nonno a 19 anni è stato allontanato da casa: gli hanno dato un fucile ed è partito per combattere in guerra. Oggi, se stiamo bene in salute e non dobbiamo affrontare gravi problemi economici, siamo lontani da questo tipo di sacrificio. Dobbiamo cercare di alleggerire lo sforzo che ci è richiesto nel confinamento a causa della quarantena. Pensare ai sacrifici che i nostri antenati hanno vissuto in passato mi aiuta a razionalizzare e ad avere uno sguardo positivo sul presente.

A novembre partirai per una delle regate più estreme, il Vendee Globe detto l’Everest dei mari, senza assistenza e senza scalo. Partirai da Les Sables d’Olonne, in Francia per ritornare dopo una circumnavigazione del globo allo stesso punto. Il record di percorrenza è di 74 giorni e per te sarà la prima volta che partecipi: come pensi sarà e quali aspettative hai?

Nella mia carriera di velista è un grande traguardo poter fare il giro del mondo, ma cerco di non avere aspettative. L’aspettativa presuppone uno schema che alla fine porta spesso una delusione perché la vita non va mai come previsto. Questa è una delle mie piccole realtà quotidiane: faccio un planning ideale della settimana e poi la settimana non va come mi ero immaginato. A volte arrivano buone sorprese, altre volte cattive sorprese: per questo è inutile farsi delle aspettative. Mi preparo al Vendee Globe con impegno e serietà, perché la sfida che dovrò vivere in solitudine è importante.

Lavoro molto sulla preparazione fisica e mentale e cercherò di fare il mio meglio e di dare il massimo come ho sempre fatto. La mia idea è di avere meno schemi possibili e questo pensiero potrebbe aiutare anche chi vive questo momento con difficoltà. Non abbiamo deciso di vivere in solitudine, chiusi in casa, con un’emergenza sanitaria che attenta alla nostra salute. Viviamo il presente con serenità pensando che il mondo ripartirà, si creeranno nuove occasioni e dovremo rimboccarci le maniche e saperle cogliere. Siamo usciti dalla zona di confort per entrare nella zona di non comfort e ne siamo consapevoli. Ma dobbiamo ricordarci anche, che siamo tutti insieme in questa situazione.

Anche nelle tue navigazioni sperimenti condizioni dure e non è facile viaggiare e vivere in solitudine ma questo ti permette di provare esperienze incredibili. A volte dobbiamo percorrere strade non sempre battute, pericolose e che magari fanno paura, ma che possono dare una prospettiva diversa del mondo. Ad esempio che cieli stellati vedi quando stai navigando da solo sulla tua barca, li avresti mai visti nella vita se non facessi questo mestiere?

Sicuramente no, sono consapevole dello sforzo che mi costa ma anche delle esperienze straordinarie che posso vivere. Fare il giro del mondo a vela è un’esperienza molto dura e a volte si perde la motivazione. Si vive lo stesso isolamento che proviamo in quarantena solo in due metri quadrati di barca che si muove come una giostra volante. Si sbatte continuamente sulle onde ed è difficile fare una doccia o prepararsi un pasto caldo soddisfacente.

I ritmi di sonno sono sempre scombussolati e questo ha un impatto: infatti un altro consiglio che posso dare alle persone è dormire abbastanza. La mancanza di sonno può essere fondamentalmente una delle principali cause per cominciare a presentare segni di insoddisfazione o di nervosismo.

Una stellata la paghiamo con molto sforzo e alla fine i veri piaceri sono i piccoli ritorni alla normalità come sarà per tutti noi finita la quarantena e il vivere in solitudine.

Auguriamo a Giancarlo buon vento per il suo Vendee Globe e buon vento a tutti noi per superare questa regata che stiamo facendo tutti insieme. Tutti su una stessa barca, ognuno forse sulla sua barchetta individuale che se poi le guardi dall’alto sono una grande barca.

Grazie, credo che la strada sia non mollare, stringere i denti e prima di abbandonare la guerra essere veramente certi di aver dato il massimo.

 

 

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