Le considerazioni di Giancarlo, intervistato da Psychologies France dopo tre settimane dal suo ritorno dal giro del mondo. L’articolo originale è visibile sul sito Psychologies. 

Come ti senti dopo tre settimane dall’arrivo a Les Sables d’Olonne?

“Mi sento molto bene e la cosa strana è che tutto mi sembra già lontano anche se sono ancora molto sotto pressione. Non è ancora tutto finito, soprattutto con gli sponsor, ma sono già passate tre settimane dal mio arrivo. Ho la sensazione che il giro del mondo sia qualcosa dietro di me.”

Hai già fatto un bilancio personale di questa avventura?

“No, non ancora, questo Vendée Globe ha piantato in me dei semi che ci metteranno del tempo a germogliare.  È stata un’esperienza intensa e non posso ancora dire come o in cosa questa regata mi abbia cambiato. Tre settimane sono poche per fare un bilancio, inoltre io cerco di vivere sempre nell’attimo presente. Forse tra sei mesi avrò una visione complessiva più chiara e potrò tirare le somme.”

Spesso hai parlato delle tue emozioni nel tuo diario di bordo, cosa ci racconti ora?

“Avevo tanto da raccontare, in mare ho vissuto intensamente tutta la gamma di emozioni che conosciamo. Soprattutto, ho sperimentato contrasti fortissimi tra emozioni opposte, ad esempio, tra gioia e tristezza, piacere e sofferenza, tensione e calma.”

È possibile sperimentare la calma durante una regata in pieno oceano?

“Certo, soprattutto quando non c’è vento! Quando siamo nella bonaccia, ci prendiamo il tempo per controllare le strutture della barca, per riparare ciò che è stato danneggiato dal vento e dalle onde. Ma poi, se, finiti i lavori, il vento non si alza, sperimentiamo la calma. In una regata non viviamo serenamente la bonaccia perché vorremmo partire, ma è comunque un momento di calma. Il mondo si ferma, siamo soli in mezzo all’oceano e non c’è vento.”

Da quello che ci racconti si capisce che dipendenti dagli elementi naturali per avanzare. Ti interroghi sul tuo rapporto con la natura?

“Dipende dai momenti, quando tutto è calmo, ti senti un po’ forte. Trent’anni fa, quando a bordo delle imbarcazioni non avevamo tutta la tecnologia che abbiamo oggi, forse era diverso. Ma ora, quando non c’è vento, guardiamo il computer e qualche volta ci dice con una precisione di un quarto d’ora il momento in cui torna. D’altra parte, quando c’è una tempesta, ci rendiamo conto della potenza dell’oceano, sentiamo la forza della natura e ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli e non contiamo nulla di fronte ad essa. Rimette a posto le idee, sul nostro reale posto nel mondo.”

Fare vela insegna l’umiltà?

“Navigare aiuta a capire che non potrai mai padroneggiare tutto, che non avrai mai la verità assoluta, perché ti trovi costantemente di fronte a nuove situazioni. Possiamo sempre fare di più e meglio: una parte di me dirà che sono davvero all’apice della mia preparazione, ma un’altra mi dirà sempre “aspetta, vedremo alla fine”. Questo ti permette di evitare di montarti la testa e di continuare a migliorare, quindi di sicuro, la vela insegna l’umiltà e non solo. Prima, parlavamo di calma che per me è anche uno stato interiore. Un navigatore che ha già partecipato ad un Vendée Globe sicuramente vive l’esperienza con più prospettiva e calma di chi lo fa per la prima volta. La conoscenza di cosa lo aspetta, gli permette di essere migliore, perché è più rilassato e preparato in alcuni momenti di stress in cui devi dare tutto, ed è quindi in grado di prendere decisioni migliori. In mare l’esperienza insegna l’umiltà e aiuta a mantenere la calma.”

Cosa ti ha spinto a navigare?

“Sono nato a Firenze, ma quando ho scoperto il mare ho sentito una forza di attrazione a cui non ho saputo resistere. Ho bisogno del mare per stare bene, già vederlo davanti a me quando sono da qualche parte mi fa sentire al sicuro. Il mare, la vela, è una vocazione e nonostante gli anni e il fatto che ora sia il mio lavoro, rimane una passione.”

entrata barca a vela a Port Olona

Ti definisci come un navigatore, ti consideri anche uno sportivo?

“No, perché per me la vela è più una disciplina che uno sport, in mare non si tratta solo di prestazioni fisiche. La prova è che, a quarant’anni, un calciatore è già uscito dal campo da molto tempo mentre un navigatore non è affatto a fine carriera. Francis Joyon ha vinto il Jules Verne Trophy a 61 anni. Questa è la prova che mente, esperienza, sangue freddo, organizzazione, capacità di risoluzione dei problemi sono risorse essenziali, più che essere in grado di correre 10 chilometri in 40 minuti …”

Contrariamente da quell oche si potrebbe pensare il mestiere del navigatore non consiste semplicemente navigare sulla propria barca…

“Infatti, per me, una regata è preparata per l’80% a terra. Le barche sono meccaniche, se sono scarsamente preparate, è probabile che si rompano. E poi devi prepararti fisicamente e mentalmente, gestire questioni logistiche come le scorte di cibo e tanto altro. Devi anche assicurarti di lasciare in ordine gli affari di famiglia, altrimenti, quei pensieri ti raggiungono in mare e possono distrarti. Dopo, ovviamente, devi anche fare il lavoro in mare e navigare al meglio, altrimenti non finirai!”

Cosa intendi per “prepararsi mentalmente”?

“Immaginare la regata, immaginare te stesso in diverse situazioni che potresti incontrare e immaginare come reagire ad esse. Si tratta anche di immaginarsi da soli ad affrontare la solitudine, pensando che il giorno di Natale non saremo lì a vedere i nostri figli felici dei loro doni … Se ci proiettiamo vivendo tutto questo quando siamo a terra, saremo un po’ più pronti il ​​giorno che ci capiterà in mare, non saremo del tutto sorpresi. Forse possiamo essere bravi a improvvisare, ma forse non possiamo, nel dubbio, è meglio prepararsi.”

Fare un giro del mondo in barca a vela in solitario è un progetto magnifico. Ti rendi conto che hai fatto sognare tante persone?

“È difficile per me crederlo, ho sognato il Vendée Globe per anni, ma era più nel senso “Anch’io, voglio farlo, posso farlo”. Non mi ha fatto sognare, ma soprattutto mi ha fatto venire voglia di farlo. Ma capisco che il Vendée Globe fa sognare, come sogno inaccessibile e io ho questa sensazione per altre attività. Ad esempio, un attore di teatro o di cinema di alto livello mi fa sognare perché so che non potrò mai farlo, non fa parte di me. Mentre il Vendée Globe è il mio lavoro: non sogno di fare il navigatore perché lo sono.”

80 giorni da solo in mare, è un periodo di tempo molto lungo vero?

“Sì, soprattutto perché vediamo sempre le stesse cose: il cielo, le nuvole, il mare! Fortunatamente, a volte vediamo degli animali marini e sono degli incontri molto belli. Gli albatros sono stati una presenza reale per me, li consideravo compagni di viaggio perché mi hanno seguito per molto tempo.”

Qual è il tuo più bel ricordo di questo Vendée Globe?

“Un giorno, nel Grande Sud, ho ammirato il volo degli albatros, ballavano sulle creste delle onde che si infrangevano. Allo stesso tempo, respiravo il vento gelido che veniva dall’Antartide: era un’aria gelata, diversa da quella che si respira in montagna. C’erano al contempo sensazioni visive, olfattive e uditive. In quel momento non ero riuscito a trovare le parole per descrivere questa esperienza e ancora oggi mi è difficile. È stato un momento molto intenso, che non avevo mai vissuto prima.”

 

 

 

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